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la favola di de vita processa il lombrico

"Il racconto del lombrico" era un episodio, tra i più incisivi e memorabili, di "Cùntura" (casa editrice Mesogea), secondo volume dell' epopea autobiografica in versi di Nino De Vita. Ora, estrapolato, viene riproposto nelle preziose edizioni Orecchio acerbo con lo splendido corredo delle illustrazioni a colori di Francesca Ghermandi. L' operazione, che ripete l' esperimento de "Il cacciatore", apparso nel 2006 con una nota di Goffredo Fofi, è perfettamente riuscita, anche in virtù dell' accurata ed elegante veste grafica che sempre contraddistingue le pubblicazioni dirette da Fausta Orecchio. De Vita, grande poeta dialettale siciliano, tra i più significativi e importanti in Italia, si conferma anche un esperto affabulatore che sopporta bene la trasposizione in lingua italiana, sopperendo al fatale calo espressivo con un sobrio controllo del ritmo e del timbro narrativo. Apologo di conchiusa armonia stilistica e tematica, "Il racconto del lombrico" è giustamente rivolto soprattutto ai bambini per la sua valenza educativa, immune tuttavia dalla retorica e dal didascalismo. Niente happy end, infatti, in questa parabola. La morale della favola ha una sua impietosa verità che fa riflettere (non solo i piccoli lettori, d' altronde). Nel microcosmo dell' orto si discute di giustizia. L' affaire si presta a tanti interrogativi e a non minori pericoli: il contadino ha trovato tre piantine d' aglio avvizzite e sbraita furibondo contro i «farabutti animali» che divorano e danneggiano i prodotti del suo campicello. Bisogna dunque che l' assemblea delle bestiole individui il vorace colpevole prima che l' uomo, iracondo e irragionevole, avveleni l' intero orto privando tutti dei mezzi di sussistenza. Una specie di processo (senza difesa) viene perciò improntato tra le verzure sotto lo sguardo perplesso e partecipe di una luna antiromantica. Il lombrico del titolo sarà infine il capro espiatorio di una situazione di pericolo collettivo che trascina il popolo degli animali in un tentativo di linciaggio e in una inesorabile esecuzione capitale. Dopo verranno i dubbi e i rimorsi. «E chi lo sa, forse era innocente», afferma pentita la chiocciola, ricostruendo i fatti con il proverbiale e tardivo senno del poi. «Bisognava cercare altre accuse», gli risponde la lumaca. Affermazione ambigua che sembra un volere perseverare nell' errore (giudiziario), come ancora meglio suggerisce la versione siciliana: «Bbisugnava circari altri caluni», dove il sospetto della calunnia è perfino esplicitato. Non prove a carico, quindi, ma ulteriori imputazioni. Il tema del pregiudizio, del diritto violato e ribaltato, della sentenza sommaria e feroce che si basa su un' aberrante presunzione di colpevolezza, si innesta in una più generale riflessione ecologica che ricorda, nella sua pessimistica mestizia, le favolette dell' esordio sciasciano. L' equilibrio e la stessa esistenza della comunità è messo a repentaglio dal mangiatore di terra, ossia il lombrico. Senza la terra sotto i piedi, ciascuno rischia di precipitare nel vuoto, nel non essere, nella morte per inedia (che è poi la pena inflitta proprio al lombrico). In realtà, è l' uomo, l' onnipotente contadino, che minaccia la terra coi suoi apocalittici insetticidi. Ma contro la sua volontà distruttrice, contro la sua peste, nulla possono le piccole creature del contado, se non l' assurda e inutile ritorsione nei confronti di un loro pari, di un misero essere che striscia nel fango. Il cerchio si chiude con altre verzure essiccate. Il sacrificio del lombrico è stato vano. Ora è uno spettro della coscienza. Senza enfasi, con asciuttezza rusticana, De Vita racconta in tono minore, con sottile understatement, questa storiella non consolatoria. Anzi, la fa narrare dai suoi «strafalari armali» non troppo saggi ma neppure stolti, quasi sul punto di una metamorfosi orwelliana, alludendo alla ben più arrogante presunzione umana. Francesca Ghermandi, raffinata illustratrice e fumettista bolognese, asseconda il racconto di De Vita con un bestiario moderatamente antropomorfo che rinuncia ai vezzi di un esopismo di maniera e all' edulcorata zoologia disneyana per mostrarci invece su scala ridotta una terribile e crudele lotta per la sopravvivenza. Se da un lato lo sfolgorio cromatico avvolge la rappresentazione di una luce gioiosa, dall' altro un gioco inquietante di occhi sbilenchi, obliqui, sgranati, affessurati, attoniti, strabuzzanti si presta a esprimere una ridda di sentimenti esasperati. Per quanto contrapposti alla follia dell' uomo, gli stessi animali non sembrano esenti da vizi. Cioè, sono creature credibili, vere, pur nella loro trasfigurazione simbolica, e quindi comprensibili anche nei loro errori e nei loro limiti. Di Vita, che conosce bene il mondo della campagna poiché lo vive e lo canta da sempre, si tiene prudentemente alla larga dagli accenti arcadici, dalle mistificazioni bucoliche, e mostra invece quanta durezza richieda la natura a tutto ciò che vive, finché vive. - MARCELLO BENFANTE