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Resisti nonna!

… quando Cappuccetto Rosso incontra Benoît Jacques[1]

di Elisabetta Cremaschi

La fiabe sono fiabe, imperscrutabili, misteriose, impertinenti, perfette nella loro apparente semplicità in ogni tempo e sotto ogni cielo. Così succede che ogni volta che credi di averle finalmente acchiappate, di aver visto ogni loro possibile mutazione o interpretazione, arriva in modo inatteso una di loro a ricordarti che ancora una volta ti sei illuso, che in realtà la voce delle fiabe, che a ciascuno parla in modo diverso, ha ancora tanto da dire, da raccontare, da mostrare … Questa volta il compito di farlo, è spettato alla più conosciuta al mondo, Cappuccetto Rosso, che nelle mani di un artista straordinario quale Benoît Jacques si è magicamente trasformata in La nuit de visiteur, il libro vincitore del Premio BAOBAB 2008, il più prestigioso premio francese per l’album illustrato.

Fortuna ha voluto che la meraviglia di questo libro non sia sfuggita all’occhio attento della casa editrice Orecchio acerbo che lo ha da poco pubblicato in Italia con il titolo Aprite quella porta![2] nella bella traduzione di Francesca Lazzarato.

Il primo fotogramma, che accoglie il lettore che entra in questo libro, è un esterno notte. In lontananza una casetta in mezzo al bosco, all’interno, nel letto dell’unica stanza in una luce fioca, infagottata, la nonna che, come da tradizione, sta aspettando Cappuccetto Rosso che le porti la cena. Ma la nipotina tarda ad arrivare. Nell’attesa ne approfitta il lupo che, invece puntualissimo, usando fantasiosi stratagemmi, cercherà di farsi aprire la porta dalla nonna. Ah, ormai è fatta per il lupo, sa che la nonna è una buona forchetta e non potrà di certo resistere a quei piatti succulenti che lui saprà offrirle… certo, se non fosse che la vecchina è debole di orecchie, sorda come una campana! Grida, il lupo. Urla, sbraita. Invano…

Aprite quella porta! è un libro magico, filmico, ritmico, visionario, permeato da quel pensiero di laterale ironia che contraddistingue il suo autore ed è, in realtà, anche il primo libro di Benoît Jacques tradotto in Italia. Ma c’è una persona che da alcuni anni ama, studia, propone, promuove e distribuisce i suoi libri nel nostro paese: è Nicoletta Fiumi[3] che non saprei definire se non come vivace e poliedrica giovane libraia o, meglio, indefessa speleologa sempre alla ricerca di libri e giocattoli preziosi provenienti da tutto il mondo.

Nicoletta come hai conosciuto i libri di Benoît Jacques?

In modo quasi surreale direi… Era l’aprile del 2007. Ero alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna… uno spazio che in qualche modo, nel suo reticolo e nei suoi blocchi pannellati, livella tutto, ruba un po’ di anima a chi vi si mostra. A un certo punto di fronte a me si apre qualcosa… si direbbe un piccolo chiosco, un posticino dove riprendere fiato e rinfrancarsi. C’è un signore, l’età indefinibile per via del sorriso da bambino e dei capelli brizzolati, per via degli orsetti scanzonati che saltellano sulle copertine dei suoi libri, dentro scaffalature di legno invecchiato. Che belle! Un piccolo cubo per ogni suo libro: una piccola cornice per ogni lavoro. Peccato che fatico a vederli. Sono piccoli anche loro, occorre avvicinarsi molto per decifrare il segno da formica di quelle vignette, spesso la composizione della scena è complessa, su queste carte opache un po’ ingiallite… no, ma non sono ingiallite, tecnicamente sono “bianco avorio”… e tutto questo nero, molto nero, colori un po’ cupi… che botta! È così che conosco Benoît. Enchantée, profondamente enchantée. La sua idea di libro destinato e dedicato ai bambini, il suo gusto per l’edizione, la raffinatezza del suo lavoro autorale ed il suo tratto lo rendono unico. Ma proprio unico, non tanto per dire. Acquisto i suoi libri, ma non sa prepararmi il conto, deve pensarci a casa, con più calma. Nul en calcul[4] lo toglie simbolicamente da questo impaccio, e lo riscatta per sempre: la fatina dei conigli sostiene che nessuna coniglietta s’innamorerebbe mai di un coniglio che non sa la matematica. Benoît , è evidente, tiene le parti del coniglio, e attraverso stratagemmi a lui più congeniali, quelli della fiaba, lo fa fidanzare. Non posso che portare i suoi libri con me, in libreria. Da allora, Benoît sempre davanti agli occhi, mi capiterà di parlarne, di raccontare le sue storie, di ridere del suo umorismo generoso e delle sue invenzioni, e di condividere con altri, grandi e piccoli, lo stupore di fronte a certi racconti scapicollati ma sempre rigorosi nella loro struttura, con l’anima delle fiabe e la potenza del fumetto. Ma mi capiterà anche di incontrare persone un po’ smarrite, anche fra un pubblico più preparato, in particolare di fronte al suo Je te tiens[5], forse il più intenso dei suoi libri per piccoli lettori, scelto come dono a tutti i nuovi nati del 2004 nel dipartimento francese Seine – Saint Dénis. Come proporre se non attraverso il gioco, tutt’altro che innocente, la violenza di uno schiaffo che l’orco sferra al piccolino? Benoît sa che a nulla vale edulcorare le storie destinate ai bambini, perché tanto i bambini sanno già come vanno certe cose… Forse siamo noi ad averlo rimosso. Impreparati, ce ne possiamo tornare al posto con la coda fra le gambe.

Ha ragione Nicoletta Fiumi, l’incontro con i libri di Benoît Jacques avviene proprio così, di botto. O ci entri oppure no. Ma se dici di sì, ti tirano dentro, ti seducono, affascinano, ti divertono profondamente ma, soprattutto e fino all’ultima pagina, non ti lasciano andare. Come non desiderare quindi di incontrare l’autore di tutto ciò e tentare di carpirgli così i segreti di questa malía?

Con Aprite quella porta! lei ha vinto l’edizione 2008 del Premio BAOBAB. Che significato ha avuto riceverlo a questo punto del suo percorso artistico?

Ho tentato di dare spiegazione di questo al momento della consegna del premio… Sono stato naturalmente felicissimo e fiero di riceverlo, eravamo 16 finalisti. Si tratta di un riconoscimento non solo per il libro premiato ma per tutto il mio percorso artistico. Ho iniziato editando io stesso i miei libri nel 1982 per commercializzarli successivamente, e quest’anno fanno esattamente 20 anni da allora. Affrontare quest’avventura, che col tempo inizia a lasciare il segno, ha comportato e comporta tuttora grosse difficoltà. È il problema di chi viaggia solo. Si tratta di un’avventura fragile per definizione, marginale. Il mio lavoro ha avuto per lungo tempo un pubblico ridotto, ad esclusione di una sorta di fan club, persone che solitamente si incontrano e si conoscono alle fiere del libro, oppure in una piccola rete di librerie che si è costituita nel corso degli anni. Ottenere questo premio rappresenta, quindi, un magnifico riconoscimento della mia opera di creazione nel campo del libro stampato. Questo successo arriva in un momento della mia vita in cui non dovrei rischiare di montarmi la testa.

Lei è autore, illustratore, scultore… ed anche editore, con la Benoît Jacques Books, di quasi tutti i suoi libri. Da che cosa nasce questa esigenza artistica di curare e seguire il libro in tutte le fasi della sua creazione?

Penso che sia dovuto in parte al mio percorso artistico ed in parte al mio grande bisogno di libertà e di indipendenza. Non ho terminato gli studi di illustrazione e di grafica che avevo intrapreso a Bruxelles, mia città natale. Ero ossessionato dalla cultura anglosassone ed ebbi la fortuna, molto giovane, di lavorare per due anni in un favoloso studio di design grafico a Londra, il Pentagram design. Qui credo di aver scoperto la mia passione per il libro. Non unicamente come supporto, ma come oggetto artistico in sé. Decidere il formato, il carattere tipografico, scegliere la carta e la tecnica di stampa di un libro, mi da lo stesso piacere che provo nell’idearne il contenuto. Dietro a tutto questo si nasconde anche un bisogno di controllo sul mio lavoro, che spesso spaventa anche me. Ma mi sto curando! In seguito ho vissuto una decina di anni a Londra come illustratore. I primi libri che volevo pubblicare incontravano ogni volta un rifiuto da parte degli editori, sulla base della stessa motivazione: «non si capisce a chi sia rivolto il suo lavoro»! Questi ripetuti rifiuti mi hanno spinto verso l’idea di pubblicare io stesso i miei libri. Ho capito abbastanza in fretta che, come in molti altri campi, l’editoria tradizionale funziona secondo criteri commerciali che spingono l’editore a classificare i libri attraverso categorie ben definite: libri per bambini, fumetti, romanzi, ecc. Queste categorie si frammentano poi ulteriormente in altre, fasce d’età, ecc. Come autore ho sempre sostenuto che questo modo di pensare per “gabbie” fosse riduttivo, inaccettabile. Sono convinto che, in ogni caso, quando voi ed io acquistiamo un libro, queste categorie ci sono totalmente indifferenti. Quando delle produzioni artistiche vengono classificate seguendo precise gerarchie, arte contemporanea, illustrazione, fumetto…, perdono la loro capacità di creare spazi di libertà, per chiudersi in una sorta di piccoli universi.

In Aprite quella porta! trasforma Cappuccetto Rosso in una fiaba moderna di straordinaria potenza. Quali sono i processi creativi che l’hanno guidata nell’ideazione di questo libro?

I processi creativi sono sempre un po’ difficili da descrivere. Io stesso funziono in tanti modi. A volte le cose nascono dal disegno, dalla voglia di esprimersi per immagini, altre volte dal desiderio di raccontare qualcosa in particolare. Nel caso specifico di Aprite quella porta!, non mi sono detto «dài, adesso faccio una nuova versione di Cappuccetto Rosso». In realtà all’inizio non pensavo affatto a questa fiaba. Il mio primo desiderio era quello di fare un libro che trattasse l’idea di resistenza. In qualche modo è legato al mio percorso di auto-edizione.

Sento il bisogno, dopo tanto tempo, di resistere. Non mi sento a mio agio con la società che mi circonda e con il suo modo di decidere le regole. Siamo indotti a credere che non ci sia che un solo modo di vivere. Si presume che tutti stiamo sulla stessa strada larga e diritta che ci viene offerta, e siamo spinti a possedere, a consumare ciecamente. Quelli che non sono sulla strada, che non possiedono nulla, che non consumano nulla, vengono isolati, rigettati. Ma se si aprono gli occhi si vede da una parte che la maggioranza di quelli che camminano sulla strada sono spesso infelici e insoddisfatti, e dall’altra che le strade sono più d’una, piene di piccole vie trasversali, di alternative per condurre diversamente la propria vita. Ma occorre esserne consapevoli. Questo, secondo me, si può fare attraverso una forma di resistenza dolce, un rifiuto delle regole precostituite, un costante interrogarsi. La vecchia nonna di Aprite quella porta! resiste. A suo modo, con i suoi strumenti di vecchia signora stanca e fragile, ma resiste con una forza straordinaria. Resiste all’intruso che bussa alla sua porta, o, se si preferisce, resiste alle sue stesse paure. Muta la natura delle sue paure attraverso la propria resistenza. È un primo passo verso la libertà. Trovavo che parlare di resistenza attraverso il personaggio di un anziano fosse più interessante e credibile che se si fosse trattato di uno giovane. Perché, nuovamente, uno dei segni del nostro mondo è il modo malato, malsano, di vivere il rapporto con il tempo. Tutto è veloce, troppo veloce. La vita si traduce in qualche anno di lavoro, poi la gente sparisce in modo bizzarro: se ne va “in pensione” – la sola idea mi terrorizza – e poi muore, non si sa bene come. Di colpo, era fondamentale che la storia si sviluppasse attraverso un rapporto particolare con il tempo. Volevo mettere alla prova la resistenza del lettore tirando e allungando la storia. Volevo portarlo il più vicino possibile ad abbandonare la lettura. Questo spiega l’insolita lunghezza del libro e anche il suo ritmo particolare. Se la vecchia signora avesse resistito per cinque o sei pagine, non avrebbe dato l’impressione di resistere un granché.

Aprite quella porta! è un libro denso di significati dove le abilità stilistiche per realizzarli non si contano. Dopo la sorpresa del cambiamento dei piani prospettici della narrazione, di cui lei ha appena parlato, ciò che colpisce è senz’altro il ritmo che qui coinvolge le parole, le immagini e la grafica… ritmo che parte dalla dichiarata sordità della nonna… quai fosse un battere e levare, che scandisce i momenti giusti per l’accadere e il susseguirsi di ogni momento della fiaba…

Giustissimo. Penso che in effetti si tratti di un libro sonoro, a dispetto della sordità presunta o reale della nonna, quasi musicale. C’è il timbro monocorde della voce della nonna, espresso dal corpo del carattere tipografico, costante fino alla penultima pagina del libro con il corpo 14

Gill Sans, a confronto con la voce del visitatore che passa dal corpo 9 al corpo 74, quando questi urla a squarciagola. Il ritmo è dato ugualmente nella prima parte del libro dall’alternanza delle doppie pagine ambientate all’interno della casetta (testo a sinistra su fondo bianco) e delle doppie pagine ambientate all’esterno (testo a destra su fondo nero). Questo crea un ritmo binario, un po’ come quello di una marcia eseguita da una fanfara, che in effetti può mettere a dura prova il lettore, credo: bum-bum! bum-bum! bum-bum! e così di seguito per aumentare la pressione fino al momento parossistico, al colpo dei cimbali, o al rombo del tuono, se vogliamo. Deve scoppiare il temporale! La musica è data dalla scelta delle parole e delle rime. A questo proposito, la traduzione, l’adattamento in italiano di Francesca Lazzarato è assolutamente notevole per raffinatezza e comicità.

… un’altra delle abilità stilistiche che colpisce, è la capacità di tenere sospeso il lettore in una sorta di attesa, tra stupore e meraviglia, fino all’ultima pagina…

Per questo ho messo in atto una specie di strategia: lo zoom che arretra progressivamente dalla nonna, le cui dimensioni diminuiscono nella misura in cui aumenta la sua paura, è anche un’astuzia per non ripetere dall’inizio alla fine la stessa immagine della vecchietta seduta sul suo letto. Le diverse sembianze assunte dal visitatore sono altrettante possibilità di trovare una sorpresa dietro ogni pagina. Esiste anche lo stupore creato dal cambiamento brutale del ritmo, quando dagli eventi che si svolgono all’esterno ci si attendono conseguenze terribili per l’interno della scena … caduta di pietre in fiamme e pezzi di catene, per passare definitivamente all’esterno della casetta e sentire null’altro che la voce della nonna, in cerca di quella formula che ha incuriosito tutti noi nella fiaba di Perrault: “tire sur la chevillette et la bobinette cherra”, non so come si traduca in italiano ma in francese mi è sempre parsa una formula straordinaria, misteriosa, incomprensibile[6]. C’è infine, nelle ultime pagine del libro, portata dalla figura innocente di Cappuccetto Rosso, totalmente ignara di quanto sia appena accaduto, l’apparizione della luce di cui tanto si è sentita la mancanza durante questa lunga notte. Alla fine si tratta di un libro piuttosto scioccante.

… c’è anche la chiave che lei consegna a Cappuccetto Rosso per entrare in casa dalla nonna… È forse la stessa chiave che dà al lettore per entrare nella sua storia?

Mi è difficile rispondere. Questo libro, e forse questa è la ragione del suo successo, sembra toccare corde importanti del nostro inconscio, come nel caso della fiaba popolare scritta da Perrault. C’è il tema della notte insieme con quello del bosco, che sono grandi generatori di immaginario e di paure arcaiche, che penso siano ancorate dentro ciascuno di noi. C’è il tema della vecchiaia, una preoccupazione che, prima o poi, colpisce tutti. E c’è il tema della casa. Questa piccola e buffa casetta, con la sua finestra, il camino e la porta chiusa a chiave, o anche no, ma che comunque ci consente di accedere a due mondi altrettanto magici: il mondo interiore ed il mondo esteriore… È nella chiave che risiede il problema. D’altra parte ci si potrebbe domandare come abbia fatto la nonna a chiudersi nella casetta, pur lasciando la chiave fuori, sotto lo zerbino. La mia impressione è che, in un certo qual modo, siamo tutti alla ricerca costante di quella chiave. Si direbbe che sia sempre nascosta sotto uno zerbino, ma è una cosa talmente scontata che non ci si guarda mai.

[1] Benoît Jacques è nato a Bruxelles dove ha frequentato l’Acadèmie Royale des Beaux-Arts e l’Ecole Nationale Supérieure des Arts Visuels de la Cambre. Finiti gli studi si è trasferito a Londra, e le sue illustrazioni sono apparse sui principali quotidiani e riviste inglesi. Dal 1991 vive e lavora in Francia, a Montigny sur Loing. Dal 1989 ha scelto di pubblicare i suoi libri con la casa editrice da lui stesso fondata, la “Benoît Jacques Books”.

[2] Benoît Jacques, Aprite quella porta!, tr. Francesca Lazzarato, Orecchio acerbo, coll. Albi, Roma, 2009, p.112.

Si può vedere il booktrailer del libro all’indirizzo web:

http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_oa&vista=booktrailer&Itemid=72

Orecchio acerbo ha vinto il Premio Andersen 2009 “Promozione della lettura” per i suoi booktrailer.

[3] Mellops – libri per ragazzi, albi illustrati italiani e stranieri, giocattoli selezionati, in Corso Mazzini 52/8 a Faenza, è il luogo dove Nicoletta Fiumi opera, inventa, e parte per le sue ricerche in tutto il mondo.

[4] Benoît Jacques, Nul en calcul, Benoît Jacques Books, Montigny sur Loing, 2003.

[5] Benoît Jacques, Je te tiens, Benoît Jacques Books, Montigny sur Loing, 2005.

[6] … “tira il chiavistello e la porta si aprirà”, non corrisponde alla traduzione letterale della frase in francese, ma ne è il corrispettivo in italiano [ndt].