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Il Cairo, 29-30 Novembre 2006

Le illustri azioni degli illustratori

INTERVENTO DI FABIAN NEGRIN

Col titolo Le illustri azioni degli illustratori intendevo parlare dei diversi modi di illustrare un libro per ragazzi, delle singolari possibilità che hanno i disegni di abbinarsi alle parole. Poi l’Istituto Italiano di Cultura del Cairo mi ha chiesto di fare una selezione di disegni e ha allestito una mostra di lavori, e così mi sembra più interessante occupare i dieci minuti a disposizione per parlare del mio lavoro, in modo di dare un contesto alla mostra, forse aiutando ad apprezzarla o criticarla.

Ho cominciato a disegnare, come tutti, quando ero un bambino. E smisi di farlo, come tutti, a un certo punto verso la fine dell’infanzia, più o meno nello stesso momento in cui smisi di giocare e di raccontare e inventare storie dentro la mia testa. Vedendo crescere mio figlio, vedendolo compiere più o meno la mia stessa parabola, non so stabilire se l’abbandono del disegno accada in modo naturale, inevitabile per tutti noi, oppure se non ci sia qualcosa nel sistema scolastico che blocca lo sviluppo dell’immagine per puntare tutta l’attenzione sulla parola letta e scritta.

Ricominciai a disegnare, anche qui come tanti, nell’adolescenza, in un periodo di rifiuto per le cose che quella stessa scuola mi proponeva, insieme ai disegni tornarono le storie, che da dentro la mia testa ora uscivano per attaccarsi alla stessa carta dove finivano i disegni. Ricominciai dunque a disegnare facendo fumetti. Disegni e racconti fin dall’inizio hanno avuto in me una fonte comune: le parole sono un modo di disegnare, i disegni come un altro modo di scrivere. Non ci vedo tutta questa differenza, tranne per il fatto, che saper disegnare è molto ma molto più difficile che saper scrivere. Non credo sia solo un caso che le persone adulte che sanno scrivere Ôcavallo’ siano infinitamente più numerose degli adulti che sanno disegnare un cavallo.

Quando arrivai all’età per andar all’università optai per studiare graphic design. Da quegli anni la prassi rimasta più profondamente in me credo sia l’insegnamento del cartellonista polacco Wiktor Gorka. Lui ci fece passare tre mesi ad abbinare delle immagini a una specifica parola scelta in precedenza, in modo di riuscire a creare un certo rumore visivo fra i due elementi: la parola convivenza io l’illustrai con un disegno di uccelli dentro una gabbia. Non sono certo che la mia formazione di grafico si veda nei disegni che faccio, ma sono certo che questa struttura mentale si accende non appena comincio a lavorare un libro, tastando quali forme sono più in consonanza col testo, in modo non dissimile a quando un graphic designer deve risolvere un problema di comunicazione.

Per molto tempo lavorai contemporaneamente in campi diversi: fumetto, illustrazione e graphic design fino a che una miscela di scelte premeditate e caso mi trasformarono in un illustratore e nient’altro che un illustratore. Arrivato in Italia lavorai in prevalenza per giornali, illustrandone articoli e copertine, facendo manifesti, campagne pubblicitarie, e cose di questo tipo. In quegli anni, lo sforzo per piantare le tende in un paese straniero, dove ero arrivato senza contatti né contanti, mi portò a disegnare esclusivamente sotto commissione. Dovetti autoimpormi una disciplina per ricominciare a fare dei disegni per me. Memore dell’insegnamento di José Luis Cuevas, gigantesco disegnatore messicano, che diceva di disegnare appena alzato, prima di lavarsi i denti, come una specie d’igiene mentale, cominciai ad occupare le prime due ore di lavoro della giornata per fare spogli disegni a china e pennello. Da questo lavoro mattiniero sono uscite le serigrafie che si possono vedere in mostra, dove sono ricomparse la cattiveria – che i miei amici più cari sanno mi caratterizza – e la consapevolezza di come tutto finisca peggio di come è iniziato, che possiamo chiamare pessimismo. Due aspetti che avevo attutito nella mia corsa per un posto al sole nel primo mondo.

Queste serigrafie mi portarono ad altri disegni – non presenti in mostra – che mi permisero di mantenere una produzione più personale parallela al mio lavoro d’illustratore. Più o meno allo stesso tempo Donatella Ziliotto mi chiese d’illustrare per Salani il mio primo libro per bambini L’uomo che sapeva contare di Malba Tahan, avvicinandomi per la prima volta all’ambito della letteratura per l’infanzia, che avevo sempre pensato lontanissima dalle mie corde. Donatella è qui presente e se avete recriminazioni sul mio lavoro potete prendervela con lei. Pian piano, fra scelte premeditate e caso, i libri per bambini diventarono il mio principale interesse e fonte di sostentamento. In questi anni, in Italia per Salani e per Mondadori, e all’estero per diverse case editrici, ne ho fatti circa settanta, cambiando stili e tecniche, cosa che credo sia molto chiara nell’insalata di cose incompatibili che sono in mostra. Il mio karma: ogni volta che cerco di fare una mostra personale finisco per fare una mostra collettiva.

A volte non sono riuscito a dire quello che volevo di un testo. L’isola del tesoro è un esempio. Il libro mi ha rapito quando ero bambino nella versione a fumetti di Hugo Pratt, e mi ha avvicinato spiritualmente ai pirati per sempre. Un livello di lettura, un po’ fantasioso, può far pensare che il libro di Stevenson sia una metafora marxista sullo sfruttamento degli operai all’interno del sistema capitalista, un’allegoria sul saccheggio economico implicito nell’accumulazione originaria del capitale. O non è vero che il tesoro raccolto dai pirati a rischio delle loro vite finisce nelle tasche del medico e del capitano? Il libro è ambientato nell’epoca della nascita della borghesia, e cronologicamente è possibile immaginare Stevenson intento a leggere il primo libro del Capitale nella prima edizione inglese (sprovvista d’illustrazioni) del 1887. Tutto questo, ma forse è un bene, non sono riuscito a dirlo nella mia versione dell’L’isola del tesoro, limitandomi a dare una fisionomia antipatica a quelli che sono i veri criminali del libro.

Altro filone nelle illustrazioni è quello d’ambientazione orientale. Le mille e una notte non le ho mai veramente illustrate, ma ho fatto Il nuvolo innamorato di Nazim Hikmet e La carovana di Wilhelm Hauff, che insieme a qualche disegno fatto in precedenza, formano un corpo uniforme. Forse, visti da qui, questi lavori diventano esotici in un senso diverso da quello col quale sono stati pensati in Europa, esotici in un modo più contemporaneo: un finto messicano che illustra, per una casa editrice italiana, un testo che il tedesco Wilhelm Hauff ha scritto camuffandolo da fiaba orientale. Mi piace pensare che queste premesse, così sfacciatamente fasulle, abbiano dato alla luce un lavoro genuino, nella mia convinzione che le vere identità culturali siano frutto d’infinite fonti e provenienze diverse. A questo punto non posso continuare a tacere il fatto che a casa mia, invece del pigiama, uso la djellaba.

In compagnia di questi lavori, nella mostra ci sono le rivisitazioni del mito di Orfeo, le illustrazioni per La divina commedia, disegni per leggende sudamericane, per Il giardino segreto, per un libro di Max Jacob e altri testi che ho illustrato in questi anni. Parallelamente a questi lavori portavo avanti la scrittura, che se nell’adolescenza si scopriva nei fumetti, come illustratore ho impiegato un po’ a far apparire in pubblico. Questo è accaduto grazie a Francesca Lazzarato che fu la prima che mi fece un contratto per la pubblicazione di una raccolta di storie: Lerolero e altri racconti per Mondadori. Qualche disegno di quel libro è presente in mostra. Sono fatti a scratchboard.

(Piccola parentesi tecnica, lo scratchboard è un cartone ricoperto da uno strato di gesso bianco, a sua volta velato di china nera. Con una punta metallica si gratta la china dalla superficie per far apparire il gesso che c’è sotto. Si costruisce l’immagine procedendo dal buio verso la luce, all’incontrario di come si fa solitamente col pennino o la matita. Fine della parentesi.)

Pian piano il discorso di scrivere le proprie storie diventò la molla principale per continuare a fare libri per ragazzi. L’opportunità di dare una scadenza regolare nel campo della scrittura mi è stata offerta da Orecchio Acerbo, la casa editrice che qualche mese prima di Lerolero uscì col mio primo libro pubblicato: Gambipiombo, e che fino a oggi ha continuato a pubblicare i miei testi, a volte illustrati da me, a volte da altri disegnatori. Gli originali di Gambipiombo sono in mostra, non al Cairo però, ma nella cucina di casa mia. Se passando per Milano volete vederli, suonate alla mia porta e vi sarà aperto. Ahlan wa sahlan.

In Italia, meglio: in Lombardia, la regione che conosco di più, anzi, limitiamoci ancora: a Milano, la città dove abito, i bambini sono trattati in modo un po’ schizofrenico. Da una parte, gli si parla e li si educa in modo di non abbordare niente che li metta in guardia sulla vera crudeltà e bellezza del mondo, del nostro essere di carne e sangue in un mondo dove si nasce e si muore. Non si dicono parolacce davanti alle acerbe orecchie di questi angioletti viziati. Dall’altra parte sono stati espulsi dalla strada, occupata fino sui marciapiedi dalle macchine, cacciati dai giardini spianati per fare dei garage, e rinchiusi prima a scuola per otto, dieci, dodici ore al giorno, non perché tutte quelle ore siano imprescindibili per imparare a leggere e scrivere, ma semplicemente perché noi lavoriamo otto, dieci, dodici ore al giorno, a fine giornata vengono segregati in casa a leggere Il piccolo orsetto fa il bagnetto, illustrato e scritto nei più scadenti dei modi possibili.

Fare libri per bambini è un po’ come fare libri per i marziani. Ci si ritrova a pensare a loro in modo astratto. Capiranno questa frase? Quell’immagine non sarà per loro troppo violenta? Come se i bambini formassero un’entità omogenea che capisce e reagisce in massa, e che diversamente dagli adulti non comprendesse individui ma appunto degli indistinti marziani. I bambini, però, a differenza dei marziani, un giorno la Terra la conquisteranno per davvero, e questo finisce per caricare di responsabilità il fatto di lavorare per loro.