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Corso si Laurea in Disegno Industriale e Comunicazione Visiva
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

Le cure della grafica
di Fausta Orecchio


Quasi a tutti sarà capitato almeno una volta di leggere negli articoli, o nelle dichiarazioni dei vari professionisti del settore: “grafica curata”. Non credo però sia mai successo a nessuno di leggere “testo curato”, oppure “illustrazioni curate”. Peter Bichsel in un bellissimo libro dal titolo Storie per bambini (Marcos y Marcos, 2002) arriva a sostenere –da scrittore- che non esisterebbero le storie se non ci fosse la loro rappresentazione visiva, cioè la scrittura. “Le lettere dell’alfabeto mi hanno reso scrittore. Non è stata quindi una sofferenza particolare né una particolare affezione, e nemmeno un’intenzione pedagogica, ma soltanto, e in primo luogo, le lettere dell’alfabeto. Affermo perciò che senza la scrittura non ci sono storie, e che è stata la scrittura a rendere gli uomini narratori. So che può non essere così, ma io lo sento così. Forse lo sento ancora più intensamente in quanto svizzero, cioè uno che scrive in una lingua per lui artificiale, chiamata tedesco scritto”.
La grafica è, prima di ogni altra cosa, questo: la grafica è scrittura. La grafica -come dice Giovanni Lussu, graphic designer e studioso di scritture- è la forma del pensiero visibile.
Le storie, o meglio il sistema di segni con cui le storie vengono scritte, è la grafica. Troppo spesso ci si dimentica, nella discriminazione fittizia fra testo e immagini, che la scrittura è immagine essa stessa, o meglio è probabilmente il più importante sistema di rappresentazione visiva inventato dall’uomo. E le parole e le storie possono assumere una valenza diversa –soprattutto dal punto di vista della percezione emotiva- a seconda di come sono scritte. Si tratta quindi non di decoro, bensì di struttura. È uno strumento potente, se usato in maniera coercitiva può essere persino pericoloso.
Ma la grafica è anche linguaggio trasversale, nella grande e misteriosa possibilità di creare relazioni fra la storia raccontata dalle parole e quella scritta nei disegni. È un linguaggio che può andare dritto al cuore di chi legge, talvolta raccontando addirittura una terza storia.
Allora mi pare che non si possa parlare d’illustrazione (e quindi di libri illustrati) e di qualità senza parlare anche di grafica.
Tornando alla parola “curata”. Che vuol dire? In quali cattivi ospedali è stata curata? A me sembra piuttosto malandata la grafica, nel nostro paese. Suggerirei, d’ora in avanti, di dare informazioni più precise, magari con veri e propri bollettini medici: la grafica di questo libro è entrata in coma profondo, quell’altra soffre di schizofrenia, prognosi riservata e così via.

La grafica senza aggettivi
Credo che l’aggettivo “curata” nasca dalla diffusa convinzione che la grafica in generale, e quindi anche nel libro illustrato, sia una sorta di abbellimento. D’altra parte, troppo spesso noi grafici soffriamo di una malattia peraltro diffusa anche fra scrittori e disegnatori: quella di volere a tutti i costi essere protagonisti, voler far vedere quanto si è bravi. Georges Simenon rileggeva innumerevoli volte i dattiloscritti dei suoi romanzi, e ad ogni rilettura eliminava tutti gli aggettivi superflui. Attraverso successivi passaggi di scarnificazione, arrivava al nocciolo della storia, in una scrittura senza alcun tipo di abbellimento. Forse questo potrebbe essere un buon metodo anche nella grafica. Penso che la grafica migliore sia quella “servizievole”. E non mi riferisco alla grafica funzionale, ma a una grafica che metta sempre al primo posto la storia, che la “serva”, che entri in relazione profonda con essa. Che emerga o diventi invisibile secondo le necessità del racconto.

Il pensiero interrotto
Oggi tutti i sistemi di comunicazione si basano sull’interruzione del pensiero. Primo fra tutti quello televisivo, con il meccanismo dell’interruzione pubblicitaria, ma anche i dibattiti, con interruzioni di filmati, musicali ecc. La gran parte dei settimanali si basa sul medesimo sistema: il testo viene interrotto continuamente con sottotitoli, sommari, box, fondi di colori, fotografie. Soprattutto nei grandi gruppi editoriali vige la convinzione che in Italia la gran parte della popolazione si stanchi dopo aver letto dieci righe di testo consecutive, e che quindi sia necessario distrarre il lettore affaticato. Credo che questo sistema porti a una progressiva disalfabetizzazione, alla nevrosi e alla stupidità. Sono convinta che sia particolarmente pericoloso utilizzarlo nei libri destinati ai bambini. Le illustrazioni non devono mai essere un “alleggerimento” del testo. Se ci sono, è per fondersi con la storia, per arricchirla, per raccontarla da un altro punto di vista e in una lingua diversa.

Il libro è un corpo vivo
So di essere polemica, e soprattutto temo di sembrare presuntuosa, ma davvero penso che non ci possa essere un futuro di qualità per i libri illustrati se non cominciamo a considerarli nell’insieme –di cui ciascun elemento è imprescindibile- di cui sono fatti: parole, disegni, grafica.
Anche in Occidente ci stiamo ormai convincendo che considerare il nostro corpo come un insieme di organi staccati senza relazione fra loro, è una stupidaggine. Che non si può curare lo stomaco senza preoccuparsi del cervello e via dicendo. Secondo me un libro è un po’ come un essere vivente, e, come ogni essere vivente, è assolutamente speciale, unico.
E ha gambe, cervello, polmoni e cuore: per essere vivo deve respirare.
E quando lo incontri, è un po’ come quando incontri una persona, o un cane: dipende da che umore sei, dalla faccia che ha, da come si muove, da cosa ti racconta, o dallo sguardo. Magari ti colpisce, forse ci diventi amico, alle volte determina gran parte di quello che sei.
Vorrei non essere fraintesa: io sono un grafico, da troppo poco un editore, e non vorrei far credere di considerarmi immune da questi problemi. Al contrario. A Orecchio acerbo non riusciamo a farla finita con gli errori, soprattutto di carattere grafico. Tuttavia credo che il primo passo per cominciare a superarli sia la consapevolezza: quella delle proprie possibilità e quella dei propri limiti. Sono convinta che, anche quando si sbaglia, sia essenziale non rinunciare a cercare nuovi modi per raccontare le storie, nuovi e diversi linguaggi. E, al tempo stesso, mi rendo conto di quanto questo sia impegnativo, nel continuo equilibrio –delicatissimo soprattutto se si parla di libri per bambini- fra espressività e leggibilità. O in quello, altrettanto delicato, fra ricerca e vendibilità.
Ma non è proprio nella ricerca la possibilità di futuro della nostra editoria? Forse si dovrebbe avere il coraggio di pubblicare anche lavori incompiuti, o imperfetti. Se suggeriscono nuove idee, se portano un po’ oltre.
D’altra parte sono convinta che fare libri per bambini non sia essenziale.
Crescere non è un’opzione: si cresce comunque.
A furia di calci, in alcune parti del mondo, a furia di Kinder e videogiochi in altre.
E bisogna avere molta fortuna: alle volte cambia il destino l’incontro di un amico, o un insegnante. Magari un libro. Ecco: è una questione di fortuna, una piccola possibilità.
Inessenziale, certamente, ma è la mia possibilità.

Rivista Hamelin, giugno, 2004