Profonda, pop, surreale, depressa, maniacale, allucinata e ossessiva. Ormai ultraottantenne, Yayoi Kusama nella sua vita -iniziata nel 1929- ha raccolto tanti aggettivi disparati come la miriade di pois colorati che ha disseminato in giro per il globo nell’ultimo mezzo secolo. Quel mondo psichedelico e puntiforme, che la madre cercava di correggere a suon di ceffoni, nel 2012 è stato celebrato attraverso un tour della sua “opera omnia”, da Parigi a Madrid, partendo dalla Tate Modern di Londra per arrivare al Withney Museum di New York, e sbarcare sugli scaffali patinati della celebre casa di moda Louis Vuitton. Un’arte provocatoria la sua che attraverso mega opere da esterni, tele lunghe decine di metri, infinity rooms, sculptures a temi sessuali, perfomance di denuncia, ha precorso i tempi ed elettrizzato il dibattito estetico negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Un’artista giapponese temprata dalla rigidità dell’educazione famigliare, dal rigore formale della pittura tradizionale Nihonga, dall’estenuante lavoro ripetitivo nelle imprese tessili in periodo di guerra -e dagli onnipresenti disturbi mentali- ha saputo dar vita a un’espressione artistica che “lotta ai confini della vita e della morte”, in bilico tra genio e follia. Un’arte sulla soglia del Paese delle meraviglie.