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Donne ed editoria per ragazzi
intervista a Fausta Orecchio a cura di Leggere leggerci

1. L’editoria per ragazzi è un settore con una forte presenza femminile. Perché secondo lei?
Naturalmente la risposta più ovvia sarebbe attribuire questa presenza al “senso materno”, al rapporto e all’attenzione assolutamente speciale che le donne hanno non solo con i propri figli, ma con i bambini in genere. Tuttavia io non credo dipenda esclusivamente da questo. Credo che l’editoria per ragazzi sia, in un certo senso, legata al “femminile”, che siano donne o uomini a occuparsene. Per la quantità di arti che inevitabilmente racchiude – pittura, illustrazione, poesia, letteratura, grafica, talvolta anche musica – , per l’attenzione che richiede all’altro, per la sensibilità e l’immaginazione indispensabili a chi se ne occupa.

2. C’è un modo diverso, secondo lei, di pensare i bambini, di immaginarli come lettori, che in qualche modo dipende dal fatto di essere donna?
Non saprei, forse sì. Tuttavia, anche in questo caso a mio avviso, piuttosto che di donne, è più giusto parlare di “femminile”, cioè di quella parte che appartiene comunque anche a ogni uomo. E al femminile appartiene certamente la volontà di non ferire – o almeno di non ferire inutilmente – i bambini. Di non usarli, di non strumentalizzare i loro desideri o le loro paure. La volontà di farli crescere, e la crescita passa certamente anche per i libri.

3. Cosa l’ha convinta a cimentarsi in un’impresa così ardua?
In un certo senso è stata un’evoluzione quasi inevitabile. Il mio lavoro di grafica mi aveva portato a intrecciare numerosi rapporti – spesso forti amicizie – con scrittori, illustratori, autori e attori teatrali. Al tempo stesso, negli anni in cui con il mio compagno – grafico anche lui – abbiamo fondato orecchio acerbo, nelle case editrici per cui lavoravamo si andava consolidando il potere degli uffici commerciali, e le possibilità di fare buona grafica si erano molto ridotte. E così abbiamo deciso di provare a gestire in prima persona un’impresa editoriale, anche se non immaginavamo in alcun modo tutte le difficoltà che avremmo dovuto superare. È stata una scelta “leggera”, ma al tempo stesso non posso che definirla una scelta d’amore. Quello che voglio dire è che mi è difficile pensare alla casa editrice al di fuori di questo rapporto forte con il mio compagno, perché non riesco a immaginare altra possibilità di affrontare un’impresa così ardua – come giustamente la definite – se non attraverso una passione comune, e la volontà di condividere insieme qualcosa che ha la possibilità di lasciare una traccia, di restare oltre noi.

4. Qual è la differenza, a suo avviso, tra un editore che pubblica libri per ragazzi e un editore non specializzato?
Come ho già detto, nei libri per ragazzi c’è un intreccio di linguaggi – grafica, illustrazione, testo – che nei libri di varia nella gran parte dei casi non esiste. E questo richiede competenze e professionalità forse maggiori, di certo diverse. E poi c’è – o almeno io credo dovrebbe esserci – una consapevolezza delle proprie responsabilità culturali che, se pure riguarda tutti quelli che si occupano di editoria, se si parla di libri per ragazzi è più sentita, perché loro sono i più deboli e anche i più forti. Sono il nostro futuro.

5. Per un’impresa, grande o piccola che sia, la legge del profitto non può essere elusa, pena la sopravvivenza dell’impresa stessa. Quanto pesa nella scelta dei titoli da proporre al pubblico?
Non pesa neanche un po’. Pesa nel decidere come promuoverli, come farli circolare. Sono convinta – e in questi anni ne ho avuto la dimostrazione più di una volta – che anche titoli molto difficili possano trovare i propri lettori. Il problema è riuscire a raggiungerli, riuscire a far sapere che un libro esiste. In questo senso è fondamentale il ruolo dei librai, delle biblioteche, e anche quello dei media.

6. Ci sono momenti in cui ha la consapevolezza che un titolo farà fatica a trovare mercato, ma decide che vale la pena comunque pubblicarlo? E vale anche il contrario?
Sì, esistono i libri “necessari”, quelli che quando si incontrano non si può fare a meno di pubblicarli, anche se si teme che vendano pochissimo. E allora la scommessa sta proprio nel far sì che questi libri trovino comunque dei lettori. Sono convinta che il ruolo dell’editore sia anche questo, cioè promuovere anche la ricerca, far crescere il livello culturale del proprio paese, assumersi le proprie responsabilità affrontando dei rischi, non essere compiacenti ma responsabili nei confronti del pubblico.
Se valga anche il contrario, cioè se abbiamo mai deciso di pubblicare un titolo solo perché convinti che vendesse, direi di no, onestamente mi pare di no.

7. Consiglierebbe a una giovane di lavorare nell’editoria e, in particolare, in quella per ragazzi?
Consiglierei a una giovane di seguire le proprie inclinazioni, la propria vocazione, le proprie passioni. Credo che qualunque lavoro abbia bisogno, almeno in parte, di “vocazione”. E quindi, se una ragazza – o un ragazzo – ha la passione per i libri per bambini, assolutamente sì, consiglierei di provarci con tutte le forze.

8. Quali requisiti/attitudini dovrebbe avere?
In generale non so rispondere. Credo che ogni casa editrice abbia le proprie esigenze, la propria organizzazione. Per lavorare con noi bisogna avere molta duttilità, non dividere il lavoro fra “nobile” e “ignobile”, possedere un forte spirito di gruppo e di solidarietà e al tempo stesso ambizione personale. In poche parole, essere convinti che migliorare la qualità del proprio lavoro, acquisire professionalità, affermarsi, significa al tempo stesso migliorare la casa editrice e contribuire alla sua affermazione.

9. Quali obiettivi sente di aver raggiunto nel suo lavoro, e quali sente di non aver ancora realizzato?
Come ho detto, non era un obiettivo ma oggi la casa editrice esiste, è una realtà. E questo mi sembra un grande risultato. Se penso che siamo partiti senza nessun investimento, solo con il nostro lavoro, ne sono particolarmente fiera. E poi mi piace molto quello che faccio, voglio dire che mi piace ogni cosa che faccio, dai conti alla grafica dei libri, dalla scelta dei titoli all’andare in tipografia e vedere le pagine che escono dalla macchina da stampa e che sono sempre sorprendenti rispetto a come le avevo immaginate. Non ho obiettivi particolari se non la speranza che, nonostante le difficoltà, la casa editrice continui a pubblicare. Che per me vuol dire anche la possibilità di continuare a fare il mio lavoro.

10. Il suo libro ideale?
È una domanda difficile. Un po’ come dire il mio uomo ideale. Ne ho amati più d’uno, ma erano molto diversi fra loro: guardare il catalogo per credere…

marzo 2009