Designer educato alle avanguardie e immerso nella musica fino al collo, acuto osservatore della gente e amante spassionato della vita, James Flora ha sempre preso molto sul serio il proprio lavoro. E lo ha svolto divertendosi un mondo. Così resta il buon vecchio Jim nei ricordi di chi ebbe la fortuna di conoscerlo. Nato nell’Ohio nel 1914, frequentò l’Art Academy of Cincinnati dal 1935 al 1938 e lavorò dagli anni ’40 come grafico e art director per il colosso Columbia Records. Le sue copertine di LP ed EP -ne firmò a dozzine- sono formidabili: un vero “jazz visuale, giocoso e improvvisato”, che però non incontrava a quel tempo il favore dei promotori. Troppo sofisticate, e non abbastanza serie per il mercato: “il 95% delle persone non voleva in casa dei così brutti cartoons”. Promosso a manager d’alto rango, subito sopraffatto dalla burocrazia e dal lavoro d’ufficio, Flora ne uscì tremendamente frustrato: con l’amata moglie Jane Sinnicksen, artista anche lei, e figli al seguito si trasferì in Messico per vivere 15 indimenticabili mesi in perfetta letizia, dipingendo e incidendo senza sosta. Quando nel 1951 rientrò negli USA, il suo genio esplose: collaborò con rinomate riviste (ad esempio Fortune, Holiday, Life, Newsweek, The New York Times, Mademoiselle), riprese la grafica musicale e si lanciò nell’elaborazione degli storyboard per i primi pionieristici animation studio. Tra il 1955 e il 1968, l’incontro con uno dei maggiori editor di albi illustrati per ragazzi, Margaret McElderry della Harcourt Brace, sancisce l’avvio di una nuova branca creativa. “Trovai molto difficile, all’inizio, scrivere un libro: ero trascinato dal vedere un’idea, ma non dallo scriverci su. Di fronte un foglio di carta vuoto e scriverci una storia: ecco qualcosa di infattibile. Escogitai allora un metodo su misura per me. Durante il giorno avrei pensato ininterrottamente al libro: lo avrei visto in forma di figure nella mia testa. Di notte, disteso per dormire, avrei rincorso la storia nella mia testa come un cartone animato in teatro o in televisione. Quando finalmente la storia completa mi si fosse arrangiata in testa, avrei disegnato le immagini di quello che avevo visto. I professionisti del cinema chiamano questo procedimento ‘fare uno storyboard’. Con lo storyboard in mano, tutto quello che dovevo fare per scrivere il libro era semplicemente descrivere quanto stava prendendo forma nei disegni. Ecco come ho scritto il mio primo libro e tutti gli altri 16 che seguirono.” Nella sua opera prolifica e gioconda Flora riversa gli artisti amati -da Mirò ai primitivi messicani- e la sua immensa fiducia nella vita. L’amore spassionato per il colore puro e per le forme perfette non riesce mai a rimanere astratto e a slegarsi dall’umoristica rappresentazione della varietà umana. Gli sketch e le gag interne ai suoi libri sono un sorriso che si ripete ad ogni nuovo lettore, la chiave di un successo mai svanito. Tra i titoli indimenticabili: “The Fabulous Firework Family”(1955), “The Day the Cow Sneezed” (1957), “Charlie Yup and His Snip-Snap Boys” (1959) e “Leopold, the See-Through Crumbpicker” (1961). Negli ultimi tempi, conscio di stare per morire, continuò freneticamente a dipingere: “Io devo farlo” -confessò a Steve Guarnaccia che lo intervistò nel 1998- “nel mio studio dimentico ogni dolore e pena”. Nel catalogo di orecchio acerbo, “Il giorno in cui la mucca starnutì” (2011).