Estate. Una spiaggia assolata. Nell’acqua i colori del fondale marino: turchese, verde smeraldo, blu cobalto. A perdita d’occhio, centinaia di uomini e donne, le gambe immerse nel mare fino al ginocchio, giocano. Le palline rimbalzano dalle racchette volando silenziose nella luce accecante. Nessuno nuota. I sorrisi sembrano congelati sui volti.
Sembra un’illustrazione di Roberto Innocenti, forse il più grande illustratore – probabilmente sarebbe più giusto chiamarlo autore – italiano contemporaneo di libri per ragazzi. A guardare con più attenzione l’illustrazione – se davvero Innocenti l’avesse disegnata – in mezzo ai colori sfavillanti, fra tutte quelle persone, in un angolo del foglio alla fine scorgeremmo una piccola bambina seduta sulla spiaggia gremita di bagnanti. Piange: avrebbe voluto giocare anche lei, ma gli adulti, immersi in uno spasimo di divertimento, non lo hanno consentito. Le sue piccole mani maldestre hanno fatto cadere la palla già una volta, una crepa nella perfezione immobile di questa vacanza.
Quando ho cominciato a pensare al “pianeta ragazzi”, a cosa scrivere, questa è la prima immagine che mi è venuta in mente. E, immediatamente dopo, un’altra immagine, sarà perché ho voglia di mare, un’altra spiaggia.
Un tranquillo lago abruzzese – oggi stravolto dall’ultimo terremoto – in cui uomini, donne e bambini sonnecchiano nel caldo del dopo pranzo. E all’improvviso, uno squarcio nel torpore della controra: cinque bambini, dai sei ai quindici anni, correndo si tuffano in acqua. Ridono, urlano, si rincorrono, nuotano a grandi e scomposte bracciate, felici come non mi capitava di vedere da anni. Nessuna traccia dei genitori, nessuno comprende la loro lingua: polacco, rumeno, albanese?
Ecco: una bambina, sola, che forse – addestrata nelle piscine di una grande città, sotto lo sguardo vigile di un istruttore e il controllo di un cellulare a cui difficilmente riuscirà a sfuggire – non saprà mai che il mare è fatto per nuotarci e che nuotare nel mare è una delle cose più belle del mondo. Ed altri bambini, tanti, che invece lo sanno fin troppo bene, provenienti da lunghi e affamati inverni, e che del mare magari conoscono anche le spaventose tempeste, la morte, il dolore.
Non ho mai amato la scuola e l’ho abbandonata troppo presto per avere qualche idea che valga la pena scrivere su cosa possa fare la scuola per questi due diversi e lontani pianeti, per queste diverse inquietudini. Mi sono chiesta, e me lo chiedo tutt’ora, cosa posso fare io, che lavoro in una casa editrice per ragazzi. Non credo molto, ma – per quello che vale – pubblicare storie che li aiutino a ragionare con la propria testa, che gli facciano scoprire il piacere del bello, dell’immaginazione, della libertà. Storie per proiettarsi nell’universo, antidoti al sogno del metaverso, parodia della realtà e del mondo dei consumi. Storie autentiche perché immaginarie, perché i bambini, come scrive I. B. Singer, “credono ancora in Dio, famiglia, angeli, diavoli, streghe, folletti, logica, chiarezza, punteggiatura e altre cose altrettanto obsolete”.
Dice un altro grande illustratore, Milton Glaser, che provare a disegnare qualcosa è il modo per cominciare a vederla veramente. Affermando così un’idea dell’arte – che sia fumetto, letteratura, arte visiva, teatro, cinema, fotografia – come rappresentazione, interpretazione e al tempo stesso autenticità, come sguardo profondo e rivelatore sulla realtà.
Quello che posso fare io è innanzitutto rispettarli, questi piccoli extraterrestri, facendo quello che posso perché a ciascuno di loro il futuro non riservi un ingombrante e accecante “IO”, ma neppure un indistinto e minaccioso “NOI”.
Da piccola cadevo spesso e mi sbucciavo le ginocchia ogni giorno. Sempre accompagnata da un adulto – in genere mia madre – che mi teneva per mano, cadevo ugualmente. Un giorno il maestro decise che la mia lezione di ginnastica sarebbe stata diversa. E, al posto dei soliti esercizi, mi insegnò a cadere, buttando le mani avanti. Mi insegnò a liberarmi della mano di mia madre, per aver libere le mie. Da allora sono caduta ancora molte volte, ma non mi sono mai fatta troppo male. Ho dimenticato del tutto i successivi insegnanti che, accomunati da uno spirito protervo e burocratico, pretendevano esercizi per me impossibili. Non ricordo i loro nomi né i loro volti. Ma non dimenticherò il maestro che mi insegnò a cadere.
Fausta Orecchio, 23 luglio 2009
Sembra un’illustrazione di Roberto Innocenti, forse il più grande illustratore – probabilmente sarebbe più giusto chiamarlo autore – italiano contemporaneo di libri per ragazzi. A guardare con più attenzione l’illustrazione – se davvero Innocenti l’avesse disegnata – in mezzo ai colori sfavillanti, fra tutte quelle persone, in un angolo del foglio alla fine scorgeremmo una piccola bambina seduta sulla spiaggia gremita di bagnanti. Piange: avrebbe voluto giocare anche lei, ma gli adulti, immersi in uno spasimo di divertimento, non lo hanno consentito. Le sue piccole mani maldestre hanno fatto cadere la palla già una volta, una crepa nella perfezione immobile di questa vacanza.
Quando ho cominciato a pensare al “pianeta ragazzi”, a cosa scrivere, questa è la prima immagine che mi è venuta in mente. E, immediatamente dopo, un’altra immagine, sarà perché ho voglia di mare, un’altra spiaggia.
Un tranquillo lago abruzzese – oggi stravolto dall’ultimo terremoto – in cui uomini, donne e bambini sonnecchiano nel caldo del dopo pranzo. E all’improvviso, uno squarcio nel torpore della controra: cinque bambini, dai sei ai quindici anni, correndo si tuffano in acqua. Ridono, urlano, si rincorrono, nuotano a grandi e scomposte bracciate, felici come non mi capitava di vedere da anni. Nessuna traccia dei genitori, nessuno comprende la loro lingua: polacco, rumeno, albanese?
Ecco: una bambina, sola, che forse – addestrata nelle piscine di una grande città, sotto lo sguardo vigile di un istruttore e il controllo di un cellulare a cui difficilmente riuscirà a sfuggire – non saprà mai che il mare è fatto per nuotarci e che nuotare nel mare è una delle cose più belle del mondo. Ed altri bambini, tanti, che invece lo sanno fin troppo bene, provenienti da lunghi e affamati inverni, e che del mare magari conoscono anche le spaventose tempeste, la morte, il dolore.
Non ho mai amato la scuola e l’ho abbandonata troppo presto per avere qualche idea che valga la pena scrivere su cosa possa fare la scuola per questi due diversi e lontani pianeti, per queste diverse inquietudini. Mi sono chiesta, e me lo chiedo tutt’ora, cosa posso fare io, che lavoro in una casa editrice per ragazzi. Non credo molto, ma – per quello che vale – pubblicare storie che li aiutino a ragionare con la propria testa, che gli facciano scoprire il piacere del bello, dell’immaginazione, della libertà. Storie per proiettarsi nell’universo, antidoti al sogno del metaverso, parodia della realtà e del mondo dei consumi. Storie autentiche perché immaginarie, perché i bambini, come scrive I. B. Singer, “credono ancora in Dio, famiglia, angeli, diavoli, streghe, folletti, logica, chiarezza, punteggiatura e altre cose altrettanto obsolete”.
Dice un altro grande illustratore, Milton Glaser, che provare a disegnare qualcosa è il modo per cominciare a vederla veramente. Affermando così un’idea dell’arte – che sia fumetto, letteratura, arte visiva, teatro, cinema, fotografia – come rappresentazione, interpretazione e al tempo stesso autenticità, come sguardo profondo e rivelatore sulla realtà.
Quello che posso fare io è innanzitutto rispettarli, questi piccoli extraterrestri, facendo quello che posso perché a ciascuno di loro il futuro non riservi un ingombrante e accecante “IO”, ma neppure un indistinto e minaccioso “NOI”.
Da piccola cadevo spesso e mi sbucciavo le ginocchia ogni giorno. Sempre accompagnata da un adulto – in genere mia madre – che mi teneva per mano, cadevo ugualmente. Un giorno il maestro decise che la mia lezione di ginnastica sarebbe stata diversa. E, al posto dei soliti esercizi, mi insegnò a cadere, buttando le mani avanti. Mi insegnò a liberarmi della mano di mia madre, per aver libere le mie. Da allora sono caduta ancora molte volte, ma non mi sono mai fatta troppo male. Ho dimenticato del tutto i successivi insegnanti che, accomunati da uno spirito protervo e burocratico, pretendevano esercizi per me impossibili. Non ricordo i loro nomi né i loro volti. Ma non dimenticherò il maestro che mi insegnò a cadere.
Fausta Orecchio, 23 luglio 2009
